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Vento dell' Est - NONOSTANTE MARRAS


  • Nonostante Marras (map)

Opening:

March 7th - 19:00

from March 2nd till March 25th

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DAVIDE MONTELEONE. Vento dell’Est.

di Francesca Alfano Miglietti

Il vecchio Antonio José Bolivar vive ai margini della foresta amazzonica equadoriana. Antonio vi è approdato dopo molte disavventure che non gli hanno lasciato molto: i suoi tanti anni, la fotografia sbiadita di una donna che fu sua moglie, i ricordi di un'esperienza - finita male - di colono bianco e alcuni romanzi d'amore che legge e rilegge nella solitudine della sua capanna sulla riva del grande fiume.”

Luis Sepulveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Quante possono essere le trame possibili in un racconto? E quante in un racconto visivo? Caduta e ascesa e il suo contrario, ossia ascesa con ricaduta. E lo scheletro delle tragedie classiche e shakespeariane: caduta, ascesa e ricaduta. Quella di Davide Monteleone è una trama appassionante che, con uno sguardo originale e un punto di vista molteplice, prende in considerazione le relazioni tra il sé e le mutate condizioni dell’esperienza umana. Tutte le sue fotografie cercano di stabilire confronti, misurare distanze, constatare fratture. L’immagine fotografica di Davide sembra scelta proprio per la sua prossimità all’esperienza viva di persone e luoghi, e in questa prospettiva ogni sua opera ne è una testimonianza. Così come un altro degli aspetti più caratteristici, delle sue immagini, è la coesistenza tra cosmopolitismo e attaccamento alle proprie radici. Le sue sono immagini frontali, dirette, taglienti, ma filtrate da una visione appassionata, tragica, “romantica”. Nelle ‘Vie dei Canti’ Bruce Chatwin descrive l'impazzimento che l'irruzione prepotente ed incontenibile di una nuova cultura può indurre in un’altra cultura: gli aborigeni australiani percepiscono il loro spazio ed il loro ambiente attraverso rituali cognitivi particolari: i luoghi sono segnati da memorie di canti. I canti e i sogni definiscono i percorsi umani sul territorio, individuano i luoghi e le strade. Ma quando l'uomo bianco ha portato i suoi modelli cartografici ed ha sovrapposto i suoi segni di civiltà, le città, le ferrovie,  in questo ambiente la mutazione è stata così repentina che la mente aborigena non ha potuto elaborare adeguatamente il nuovo universo di segni. L'alcolismo e la degradazione psicofisica sono una conseguenza di questo improvviso sconvolgimento dell'universo. Lo stesso effetto di distruzione lo hanno subito le popolazioni indigene del NordAmerica, in seguito alla colonizzazione bianca. Le immagini di Davide Monteleone sembrano nascere dallo stesso tipo di sconvolgimento, nascono dopo una conoscenza del  territorio, e da una frequentazione con la popolazione locale. Davide stabilisce contatti, si lascia accudire, si fa condurre, e infatti è questo che appare dalla sua visione, la potenza e la fragilità di una relazione. Dusha è la parola con cui i russi indicano l’anima, ed è la parola che da il titolo alla sua prima pubblicazione che racchiude un periodo di lavoro che va dal 2005 al 2009. Dalle sue capitali Mosca e San Pietroburgo, Monteleone ha indagato e raccontato i confini di una grande geografia umana e politica, dall’artico alle provincie baltiche, dallo stretto di Bering al limitare del territorio cinese. Davide Monteleone scrive: “Credo che la fotografia sia una delle tante forme espressive visuali (piuttosto giovane) di cui esiste traccia sin dall’alba dell’uomo. Anche i cavernicoli utilizzavano le immagini prima della scrittura per lasciare traccia delle loro esperienze. Da allora ad oggi questa esigenza si evoluta in varie forme e stili, e la fotografia segue quest’evoluzione e in questi ultimi anni è molto vivace e stimolante. Personalmente lascio che siano le storie a dettare la modalità narrativa e non viceversa, quindi non sono più particolarmente legato ad un particolare stile narrativo o genere fotografico. L’importante credo sia saper riconoscere i limiti narrativi della fotografia e rispettare le regole dell’ambito in cui la fotografia è utilizzata. “.Si ha la sensazione che ogni sua immagine Davide Monteleone voglia trasformarla in un incontro da cui estrae qualcosa di generale, pensieri e riflessioni che formano una “teoria”, una visione, come l’etimo greco del termine.

Per Davide la fotografia è dunque un mezzo per verificare, confermare e costruire una visione della realtà, per cui assume un ruolo di testimonianza diretta, un modo di fissare l’apparenza degli eventi, insieme all’atteggiamento  di voler fissare e stampare le cose minute della vita, i sentimenti,  le relazioni. Le immagini di Davide Monteleone sono anche dei viaggi epistemologici che ci portano oltre il momento raffigurato, spesso oltre la fotografia:  “Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini… al mutamento sociale si sostituisce un mutamento nelle immagini”, scrive Susan Sontag, analizzando come la produzione di icone, enormi quantità di svago finalizzate ad “anestetizzare le ferite di classe”, possa comunque sfuggire al controllo e superare il nostro modo passivo di guardare. È il modo di Davide, questo, superare il luogo comune e la banalità dell’informazione e arrivare al cuore dei rapporti, dove il rapporto è anche quello con gli agglomerati urbani, con la natura, con l’orizzonte.  Davide sembra voler protestare contro un mondo bloccato e unificato dalla superficialità,  ma Davide Monteleone non denuncia: vuole capire, e per capire le immagini di Davide Monteleone bisogna soltanto che noi “guardiamo di più”, guardiamo meglio. Davide Monteleone non si limita a documentare, ma utilizza metodi di una disciplina capace di penetrare il visibile fino a caricarlo di allegorie: quotidianità e tematiche legate alla sfera della natura e degli orizzonti convivono, così come lo fanno visioni solitarie, ma anche luoghi della sconfitta e caotiche ossessioni. Dunque immagini congelate, sospese, a volte monumentali, altre volte ‘private’. Che si tratti di persone, che si tratti di una stanza o di un albero, che si  veda una bandiera o un volto, il modo di comporre l’immagine per Davide non è mai in riferimento a un reportage, ma è nella capacità di percepire l’istante, nella capacità di restituire le storie a partire da un pensiero poetico, da un'idea di ciò che è accaduto e spesso mentre accade. In realtà in queste foto crediamo di vedere una cosa e invece stiamo guardandone un'altra, per Davide, infatti, la natura umana è proprio questo miscuglio di comportamenti spontanei e di altri comportamenti obbligati, codificati, subiti. Ed è proprio questa la sua ricerca: il modo in cui volge l’attenzione al mondo e agli umani, il modo in cui gli esseri creano il proprio senso di identità, e la possibilità di una libertà, una leggerezza e di un'innocenza da conservare. Sembra quasi che, in prossimità del buio, Davide Monteleone voglia che si  possa ricordare la bellezza, mentre ci invita ad avvicinarci, a guardare più da vicino, a percepire lo spirito malinconico con cui guarda e interpreta la realtà, a condividere le atmosfere sospese e la dimensione straniante e indefinita delle sue immagini. Interessanti, dice Deleuze, non sono le rivoluzioni, ma i rivoluzionari, o meglio quel che capita ai rivoluzionari, quello che cambia nelle loro vite. Ribellarsi, parlare con altri che si ribellano, organizzarsi, immaginare soluzioni strampalate, darsi appuntamento nel cuore della notte, pensare all’amicizia come regola universale dei rapporti fra gli uomini e le donne;  forse l’immagine nascosta in tutte le immagini di Davide Monteleone è proprio questa:  l’incontro con altri che come lui si ribellano, forse è solo così che si può incontrare l’amicizia, impensabile senza la rivolta.

 

SCHEDA INFORMATIVA

Mostra:  Davide Monteleone: Vento dell’est

Curatore: Francesca Alfano Miglietti

Sede: NONOSTANTE MARRAS, via Cola di Rienzo 8, 20144 Milano

Inaugurazione: mercoledì 7 marzo 2018, ore 19.00

Durata mostra: 2 – 25 marzo2018

Info: tel.: 02 76280991 – mail: bottega@antoniomarras.it

Sito: www.antoniomarras.com

Ufficio stampa: Maria Bonmassar; tel.: 335 490311; ufficiostampa@mariabonmassar.com

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